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L’auto convinzione

Mi sto prendendo una pausa dai miei esercizi di inchiostrazione, sto cercando di ripassare a china una nuova pagina del fumetto di World of Warcraft, usando la tecnica mista, ossia pennello e pennino. Il pennino è il pennino G della Zebra arrivato direttamente dal giappone, inchiostro della Deleter, anche quello arrivato da là, e in cuffia c’è l’ottimo album “Seven 7” di Aikawa Nanase… lo stile di disegno è giapponesizzato… è così che voglio lavorare, cazzo!

Sembra tanto uno sfogo infantile visto da occhi esterni, ma è davvero questo che voglio. Ed è stato il blog di Gipi a farmi tornare l’entusiasmo, anzi, è stato un passaggio che ha usato in questa entry a farmi scattare una molla. “L’organizzazione malavitosa dei disegnatori italiani emigrati a Parigi”, l’ha usata ovviamente per scherzo, ma da quando l’ho letta c’è qualcosa che rimugina dentro di me, un qualcosa che mi riporta a galla un antico odio per il popolo francese, che blocco velocemente per impedirgli di offuscarmi la ragione.

Cerco invece di valutare la situazione con calma. Sto cercando di diventare un disegnatore per raccontare al mondo la mia storia (al momento segreta), giusto? Giusto. E’ una storia scritta con un target particolare, con tanti accorgimenti atti a farla funzionare nel mercato giapponese, perciò è evidente che devo pubblicarla in giappone. Ma il giappone, continuano a dirmi, è un terreno invalicabile per un europeo. Nonostante io stia imparando la lingua potrei non riuscire mai a lavorare là, devo metterlo in conto. Sarebbe meglio mirare a cose più plausibili, come Tokyopop in america…

Ma perchè tutti i disegnatori che incontro continuano a ripetere la stessa cosa evitando il discorso? E’ come se tutti dessero per scontato che non ci si può riuscire. Ma quanti di questi che lo dicono ci hanno provato? Io non sprecherò la mia storia adattandola e gettandola nel mercato franco-belga, mi rifiuto di farlo. Gira voce che uno dei disegnatori che insegnano saltuariamente nella mia scuola abbia disegnato una storia per il giappone, tutta nel loro senso di lettura e completamente muta per aggirare l’ostacolo della lingua. Ed è stata pubblicata. Ora voglio vedere di cosa si tratta, rintracciare l’autore e parlargli faccia a faccia per capire.

Da quando ho iniziato l’accademia l’idea di voler lavorare per il giappone si affievoliva sempre di più, ma da oggi faccio un nuovo voto. Qualsiasi cosa accadrà nei prossimi anni, il mio obiettivo sarà il giappone. Per me, per la mia storia e per far si che il sacrificio che ho fatto nel 2003 non sia stato vano.

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